Un modello su cui riflettere

Erick Morillo ricorda che ai suoi esordi, intorno al 1992, i top dj britannici si affannavano a rincorrere le mode per stare sulle copertine. Dopo quasi vent’anni si può concordare che il mito del cover-dj sia tramontato. Oggi il mercato premia chi offre stile e credibilità, non chi s'è limitato a seguire pedissequamente le mode. Pochi artisti possono snocciolare dati di vendita davvero interessanti e trasversali: del resto, Tiesto, Moby e Fatboyslim “sfondano” anche presso un pubblico non strettamente di settore.
Lui è nato a Miami e fa la spola con Londra. Facile che le sue sessioni mescolino elementi house classici ed “old school”, magari con richiami più nordeuropei come la trance. Altrettanto semplice ma meno scontato che questa formula sia estremamente fluida, in grado di adattarsi a tutte le esigenze: questo richiede notevolissima apertura mentale. Applicando lo stesso ragionamento, un dj italiano potrebbe legittimamente utilizzare roba come "Tarzan boy". A suo rischio, ovviamente.
Così, mentre un brano come “I like to move” dei Reel2Reel consente a Morillo e soci di campare di rendita – grazie alle royalties ricevute da case di produzione ed aziende che proiettano i propri film e vendono i propri prodotti anche nel Belpaese - in Italia si rinnegano esperienze simili in nome di quello che non c’è. Questione di retaggi culturali. Gli stessi che hanno gettato alle ortiche un’esperienza quasi trentennale per qualche copertina ed un piatto di lenticchie.
Stefano Troilo



